L’Occidente è davvero perduto? La risposta di san Giovanni (Maximovič)

Il 2 luglio la Chiesa celebra la memoria di san Giovanni (Maximovič), arcivescovo di Shanghai e San Francisco. Una memoria che, forse più di ogni altra, può aiutarci a comprendere quale sia la vocazione dell’Ortodossia in Occidente.

Ogni epoca ha i suoi slogan. Anche quella ecclesiale.

Uno di quelli che sento ripetere più spesso è che l’Occidente sia ormai definitivamente perduto: una civiltà irrimediabilmente corrotta, una costruzione anticristiana destinata al tramonto. Anche in alcuni ambienti ortodossi, talvolta influenzati da un certo etnofiletismo o da categorie più geopolitiche che ecclesiali, è diventato abituale descrivere l’Occidente quasi esclusivamente attraverso il suo declino. Se ne denunciano, giustamente, la secolarizzazione, il relativismo, la dissoluzione morale, l’oblio di Dio. Ma accade, talvolta, che la denuncia del peccato si trasformi nel rifiuto di un’intera civiltà, come se l’Occidente non fosse ormai altro che il luogo dell’apostasia.

È difficile negare la profondità della sua crisi spirituale.

Più difficile, però, è credere che san Giovanni (Maximovič) si sarebbe fermato a questa lettura.

Se c’è un santo che avrebbe avuto tutte le ragioni per cedere al pessimismo, era lui. Esule dopo la rivoluzione bolscevica, pastore della diaspora russa a Shanghai durante gli anni della guerra, arcivescovo dell’Europa occidentale e infine di San Francisco, attraversò alcune delle pagine più drammatiche del Novecento. Conobbe il totalitarismo comunista, il materialismo consumista e la progressiva scristianizzazione dell’Occidente. E tuttavia non smise mai di guardare il mondo con gli occhi della Chiesa.

Quando fu inviato nell’Europa occidentale non si limitò a custodire la diaspora russa. Comprese che la missione della Chiesa non consiste nel conservare un’identità etnica, ma nel far rifiorire la Tradizione là dove essa aveva messo radici per secoli.

Per questo promosse con convinzione la venerazione dei santi occidentali anteriori allo scisma, dedicando loro studi, ricerche e testi liturgici. Ricordò alla Chiesa che san Martino di Tours, san Patrizio d’Irlanda, santa Genoveffa di Parigi, san Vincenzo di Lerino, san Germano di Parigi e tanti altri appartengono pienamente alla comune eredità della Chiesa indivisa.

Nello stesso tempo sostenne la missione nelle lingue locali e incoraggiò il recupero delle antiche tradizioni liturgiche occidentali pienamente compatibili con la fede ortodossa. Non voleva rendere l’Europa russa. Voleva aiutarla a tornare se stessa.

C’è un particolare della sua permanenza a Parigi che mi ha sempre colpito. I parigini non lo ricordavano anzitutto come “l’arcivescovo russo” ma lo chiamavano Jean Pieds Nus, “Giovanni lo Scalzo” perché lo vedevano attraversare la città con sandali consumati anche d’inverno, perché spesso aveva donato ai poveri ciò che possedeva. Prima ancora di ascoltare la sua predicazione, l’Occidente aveva incontrato la sua santità.

Anche il suo ministero a San Francisco conferma questa prospettiva. Non vide nell’America soltanto la patria della modernità secolarizzata, ma un popolo chiamato alla santità. La sua cattedrale non divenne un rifugio etnico, ma una casa aperta a uomini e donne di ogni origine, accomunati non da una cultura, ma dalla ricerca di Cristo.

Tra i suoi scritti ce n’è uno che considero particolarmente illuminante, Sulla venerazione dei santi che hanno brillato in Occidente, dove leggiamo queste parole:

«In tutti i paesi del mondo i giusti servirono l’unico Cristo, furono guidati dall’unico Spirito e da Lui furono glorificati.»

In questa semplice affermazione è racchiusa un’intera ecclesiologia: la santità non conosce blocchi geopolitici, la Chiesa non coincide con una civiltà e la Tradizione non appartiene a una nazione.

Per questo mi domando se oggi non corriamo un rischio sottile: sostituire la lettura evangelica della storia con una lettura geopolitica, dividendo il mondo in civiltà “salvate” e civiltà “perdute”. È una logica estranea al Vangelo e alla coscienza della Chiesa.

San Giovanni non cercò mai di stabilire se l’Occidente fosse salvabile. Cercò semplicemente di salvarne gli uomini.

Per questo studiò san Patrizio invece di limitarsi a criticare l’Irlanda moderna. Restituì all’Europa la memoria di san Martino invece di lamentarne soltanto la secolarizzazione. Sostenne il recupero delle antiche tradizioni liturgiche occidentali invece di dichiarare definitivamente perduta la sua civiltà. Costruì comunità ortodosse in America invece di considerarla soltanto il simbolo della modernità.

La Santa Rus’ ha ricevuto dalla Provvidenza un dono immenso: custodire, attraverso il martirio, la persecuzione e la fedeltà, una straordinaria ricchezza spirituale. Ma ciò che la Chiesa custodisce non è mai una proprietà esclusiva. È sempre un dono da offrire.

Forse è proprio questa la lezione che san Giovanni affida oggi all’Ortodossia.

La vocazione della Santa Rus’ non è dimostrare che l’Occidente è senza speranza, ma ricordargli la speranza che ha dimenticato. Non conquistarlo culturalmente, ma servirlo spiritualmente. Non sostituirsi alla sua storia, ma aiutarlo a ritrovare quella parte della propria memoria che unisce san Benedetto e san Sergio di Radonež, san Patrizio e san Serafino di Sarov, le grandi cattedrali d’Europa e la fede della Chiesa indivisa.

San Giovanni non rispose alla crisi dell’Occidente con il disprezzo.

Rispose con la santità.


Rispondi