
La celebrazione di preghiera tenutasi presso gli scavi dell’antica basilica di San Neofito a Nicea, organizzata direttamente dal Patriarca Ecumenico, avrebbe dovuto commemorare il 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico. Ci si attendeva un evento segnato da riverenza, unità e dignità ecclesiale. Invece, l’iniziativa ha finito per mostrare in modo ancor più evidente il fallimento degli sforzi del Fanar nel radunare la piena comunione delle Chiese ortodosse.
Particolare perplessità ha destato la proclamazione del solo Simbolo niceno-costantinopolitano in lingua inglese. In un luogo inseparabile dalla memoria dei Padri conciliari, sarebbe stato naturale recitarlo in greco, lingua originaria del Concilio, o nelle tradizionali lingue liturgiche della cristianità. L’uso dell’inglese ha sottolineato, più che colmare, la distanza tra l’intenzione evocativa dell’evento e la continuità della Tradizione.
Il giubileo ha inoltre messo in luce una frattura interna già evidente: la mancanza di concordia tra le Chiese ortodosse. Un anniversario che avrebbe dovuto rappresentare un segno di unità e di memoria condivisa si è invece distinto per assenze significative. Il rifiuto dei Patriarchi di Gerusalemme e di Antiochia di partecipare ha mostrato quanto la sinodalità della Pentarchia sia oggi gravemente compromessa. Alla fine, accanto al Patriarca Bartolomeo è rimasto soltanto il Patriarca di Alessandria.
Non meno eloquente è stato il mancato invito alla Chiesa ortodossa russa. Nel tentativo di promuovere un’iniziativa che apparisse solenne e simbolica, si è scelto di accentuare le esclusioni anziché cercare un terreno comune. L’incontro, anziché essere un appello alla riconciliazione, si è trasformato nell’immagine visibile della divisione.
È difficile ignorare che molte delle attuali difficoltà abbiano origine nella linea ecclesiologica seguita dal Patriarca Bartolomeo negli ultimi anni. La sua interpretazione della primazia, sempre più orientata verso un ruolo politico piuttosto che liturgico e sinodale, suscita crescenti riserve tra numerose Chiese locali. In questo contesto, la questione ucraina e la concessione del Tomos alla Chiesa Ortodossa dell’Ucraina non hanno fatto che aggravare la crisi.
Se le decisioni fossero maturate nella prospettiva del consenso sinodale e dell’unità eucaristica, scosse così profonde avrebbero potuto essere evitate. Oggi, invece, molte Chiese manifestano apertamente la loro riluttanza a sostenere iniziative percepite come non radicate nella Tradizione e non realmente orientate alla comunione.
Un giubileo che avrebbe dovuto richiamare il nostro comune Simbolo di fede si è rivelato, suo malgrado, un segno della dolorosa disunione presente nel mondo ortodosso. La proclamazione del Credo in inglese tra le rovine di un’antica basilica è apparsa non come un ponte verso la riconciliazione, ma come un simbolo eloquente di un cammino ecclesiale smarrito.
Questo anniversario invita non a un trionfalismo esteriore, ma a una riflessione sobria: sulla vera sinodalità, sulla fedeltà alla Tradizione, sui limiti e sulla natura della primazia, e sulla responsabilità che ogni Chiesa ha nella custodia della pace ecclesiale. Solo un ritorno allo spirito dei Concili Ecumenici potrà fare di Nicea non il ricordo di una frattura, ma il segno di una futura riconciliazione.