
La riflessione pubblicata dal blog greco To Fos Fanariou e rilanciata sui social della Sacra Arcidiocesi d’Italia del Patriarcato Ecumenico offre l’occasione per alcune precisazioni.
Il messaggio di cordoglio del Patriarca di Mosca per la morte di una guida religiosa straniera non costituisce una presa di posizione ideologica né un’adesione al modello politico o religioso del paese interessato. Si tratta di un gesto che rientra nella normale prassi diplomatica tra autorità religiose, largamente diffusa nel mondo contemporaneo e praticata anche da altri primati ortodossi.
L’interpretazione proposta dal blog greco appare invece forzata e sembra voler leggere ogni gesto della Chiesa russa attraverso una lente esclusivamente geopolitica. In realtà la situazione è più complessa.
La Federazione Russa è uno Stato multireligioso nel quale vivono milioni di cittadini musulmani, appartenenti a diverse tradizioni dell’Islam, comprese comunità sciite. In questo contesto la Russia ha sviluppato nel tempo una politica di equilibrio e dialogo con il mondo islamico, finalizzata alla stabilità interna e alla gestione responsabile dei rapporti tra le diverse comunità religiose presenti nel Paese.
È dunque naturale che anche la Chiesa ortodossa russa mantenga relazioni istituzionali e dialoghi con leader religiosi musulmani, come avviene del resto in molte altre parti del mondo.
Presentare queste relazioni come una presunta “affinità” tra Ortodossia e Islam è una semplificazione che non rende giustizia né alla teologia ortodossa né alla realtà delle relazioni interreligiose.
Sorprende, piuttosto, che chi formula tali critiche sembri non vedere una dinamica altrettanto evidente: negli ultimi decenni il Patriarcato Ecumenico ha mostrato una crescente sintonia con l’orizzonte politico e culturale delle democrazie liberali occidentali, spesso adottandone linguaggi e categorie nel discorso pubblico. Se si dovesse applicare la stessa logica interpretativa utilizzata contro Mosca, si potrebbe allora sostenere – in modo altrettanto improprio – che alcune posizioni ecclesiastiche riflettano le priorità geopolitiche del mondo occidentale.
Colpisce inoltre il tono di questa polemica proprio mentre la Chiesa vive il tempo della Grande Quaresima, che la tradizione ortodossa indica come un periodo di conversione, di silenzio interiore e di vigilanza sulle proprie parole. In questo contesto ecclesiale, l’insistenza su letture polemiche e geopolitiche della vita della Chiesa appare francamente poco conforme allo spirito quaresimale, che invita piuttosto alla sobrietà, alla prudenza e alla custodia della comunione tra i cristiani.
Nel caso russo, il dialogo con il mondo islamico – e anche con l’Iran – si inserisce precisamente in una logica di responsabilità verso una società pluralistica, nella quale la stabilità e la convivenza tra le diverse comunità religiose costituiscono un bene comune da custodire. La Russia mantiene in questo senso una posizione di equilibrio, distinta da quella di molti contesti mediorientali, proprio per garantire la stabilità interna e gestire la complessità dei rapporti tra le diverse comunità islamiche presenti nel Paese.
In tempi segnati da tensioni e conflitti, sarebbe forse più utile riconoscere questa complessità piuttosto che trasformare ogni gesto di cortesia diplomatica in una chiave di lettura polemica all’interno del mondo ortodosso.
La testimonianza della Chiesa dovrebbe rimanere anzitutto quella della verità del Vangelo e della custodia dell’unità tra i cristiani, evitando interpretazioni riduttive che rischiano di riflettere più le divisioni geopolitiche contemporanee che la coscienza ecclesiale dell’Ortodossia.