
Ci sono figure nella vita della Chiesa che non si lasciano racchiudere in una semplice biografia. Non perché manchino i fatti, ma perché i fatti, da soli, non bastano.
Il Catholicos-Patriarca di tutta la Georgia, Ilia II (al secolo Irakli Ghudushauri-Shiolashvili), nato nel 1933 a Vladikavkaz e addormentatosi nel Signore il 19 marzo 2026, è stato una di queste figure.
Formatosi negli anni difficili del regime sovietico, al Seminario e all’Accademia Teologica di Mosca, ricevette la tonsura monastica e fu ordinato sacerdote in un contesto di forte limitazione della vita ecclesiale. Divenne vescovo negli anni Sessanta e, nel 1977, fu eletto Patriarca di una Chiesa provata da decenni di persecuzione.
All’inizio del suo ministero, in Georgia erano attive poche decine di chiese. I monasteri erano quasi scomparsi. La formazione teologica era ridotta al minimo.
Nel corso dei decenni successivi, sotto la sua guida, la situazione cambiò radicalmente: furono riaperte e costruite centinaia di chiese, rifiorì la vita monastica, si formarono nuove generazioni di sacerdoti. Tra i segni più visibili di questa rinascita vi è la costruzione della cattedrale della Santissima Trinità (Sameba) a Tbilisi, consacrata nel 2004.
Il suo ministero ha attraversato eventi drammatici: la fine dell’Unione Sovietica, la guerra civile georgiana, i conflitti in Abkhazia e Ossezia del Sud, fino alla guerra del 2008. In tutti questi passaggi, la sua voce è stata una delle poche capaci di richiamare alla pace e alla responsabilità comune.
Non sono georgiano. Sono un diacono ortodosso che serve in Italia, in un contesto segnato da pluralità di giurisdizioni, lingue e sensibilità.
Ed è proprio da questa posizione che la figura del Patriarca Ilia II appare con particolare evidenza.
Il tratto che più colpisce, accanto alla sua opera storica, è la sua paternità.
Non una paternità formale, ma reale. Come testimonia con forza lo ieromonaco Madai (Maamdi): «Non fu soltanto un primate della Chiesa, ma una testimonianza vivente di come, attraverso l’uomo, agisce la grazia di Dio».
Chi lo incontrava usciva con la percezione di non essere più estraneo, ma accolto, riconosciuto.
Questo si traduceva anche in scelte concrete.
Già durante la costruzione della cattedrale della Sameba, il Patriarca parlava di una Chiesa in cui si sarebbe pregato in diverse lingue: armeno, aramaico, ebraico, curdo. Parole che allora sembravano difficili da comprendere, ma che nel tempo hanno trovato realizzazione.
Negli anni successivi si sono sviluppate traduzioni liturgiche, sono stati ordinati sacerdoti per comunità minoritarie, e sono nati spazi ecclesiali aperti a fedeli di lingue diverse.
Non si trattava semplicemente di organizzazione pastorale, ma di una visione profonda della Chiesa.
Ancora lo ieromonaco Madai scrive: «Noi, che ci siamo occupati di traduzioni e missione, ci siamo sentiti e ci sentiamo figli di un unico padre… che unisce persone di lingue e culture diverse nell’unico corpo ecclesiale di Cristo».
Qui emerge il cuore della sua eredità: una paternità capace di generare unità reale.
Un altro gesto concreto, divenuto simbolico, è stata la sua risposta alla crisi demografica: diventare padrino dei terzi e successivi figli nelle famiglie ortodosse. Negli anni, ha battezzato personalmente decine di migliaia di bambini, assumendo una responsabilità spirituale che ha segnato profondamente la società georgiana.
Allo stesso tempo, ha mantenuto una costante attenzione verso i diversi popoli presenti in Georgia — armeni, assiri, yazidi, ebrei — riconoscendoli e includendoli anche nel suo insegnamento pubblico.
E forse il segno più eloquente della sua paternità si è manifestato proprio nei giorni della sua morte.
Si dice che circa due milioni di persone abbiano reso l’ultimo saluto al Patriarca Ilia II, il cui corpo è stato esposto nella cattedrale patriarcale di Tbilisi. In un Paese di circa 3,9 milioni di abitanti, significa che oltre la metà della popolazioneha voluto passare davanti alla sua bara.
Molti hanno atteso per ore, dicendo semplicemente: «È stata una benedizione vivere ai tempi del Patriarca Ilia».
Nel giorno delle esequie, circa metà della popolazione di Tbilisi è scesa in strada per accompagnarlo nell’ultimo tratto del suo cammino terreno.
Una tale unità, una tale manifestazione di amore e riconoscenza, difficilmente si vedranno ancora. Perché figure così nascono raramente nella storia.
Le nostre comunità ortodosse sono spesso segnate da divisioni: linguistiche, culturali, giurisdizionali. A volte queste differenze diventano distanza.
Il Patriarca Ilia II ha mostrato un’altra via.
Ha custodito la tradizione senza chiudersi. Ha accolto senza relativizzare. Ha unito senza uniformare.
In un’Ortodossia attraversata da tensioni e fratture, egli non offre soluzioni tecniche, ma un criterio spirituale.
Il Patriarca Ilia II non è stato soltanto un grande primate della sua Chiesa.
È stato, ed è, un maestro di unità.
Unità nella fede e unità con il popolo affidato alle sue cure.
E oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di maestri così.
Memoria eterna.