
Come hanno notato diversi osservatori, è difficile non cogliere il contrasto tra le due morti che hanno toccato l’Ortodossia mondiale in questi giorni: da una parte quella del patriarca di Georgia Ilia II, salutato dal suo popolo come un padre; dall’altra quella di Mikhail Denisenko, noto come “patriarca Filarete”, ricordato soprattutto come una figura potente, ma profondamente divisiva.
Due vite, per certi versi sorprendentemente parallele; ma con esiti radicalmente diversi.
Nato nel 1929, Denisenko fu per decenni uno dei gerarchi più influenti della Chiesa ortodossa russa. Formatosi all’Accademia teologica di Mosca, divenne metropolita di Kiev nel 1968 e, alla fine dell’epoca sovietica, era una delle figure più forti dell’intero episcopato: nel 1990 fu locum tenens del trono patriarcale di Mosca ed fu tra i principali candidati al patriarcato, che però venne poi affidato ad Alessio II.
Non era un outsider.
Era, al contrario, un uomo pienamente inserito nella realtà ecclesiale, cresciuto dentro il sistema e abituato a muoversi nei suoi equilibri. Proprio per questo la sua parabola successiva è ancora più significativa: non quella di un riformatore marginale, ma quella di un protagonista che, non ottenendo il primato a cui tendeva, finì per trasformare una questione ecclesiale in una lunga dinamica di contrapposizione.
Quando fu eletto Alessio II, Filarete tornò a Kiev. Ed è lì che inizia la seconda parte della sua storia, quella che avrebbe segnato in modo profondo e doloroso l’Ortodossia ucraina.
Con il crollo dell’Unione Sovietica e l’indipendenza dell’Ucraina, si aprì la questione di una possibile autocefalia della Chiesa locale. Di per sé, la questione non era illegittima. Ma il punto non fu tanto l’obiettivo dichiarato, quanto il metodo scelto per perseguirlo. Filarete non accettò mai davvero che la questione fosse sottoposta a un autentico discernimento ecclesiale, cioè al consenso dell’episcopato e della Chiesa nel suo insieme. La spinse invece in una logica di pressione, personalizzazione e scontro.
Nel 1992, dopo un duro confronto con i vescovi, promise davanti all’episcopato di dimettersi. Non lo fece. Fu rimosso, e reagì rompendo la comunione ecclesiale e dando vita al cosiddetto “patriarcato di Kiev”. Nella memoria di molti, quel momento resta decisivo non solo per la rottura in sé, ma per il suo significato morale: una parola data davanti alla Chiesa e poi rinnegata. È qui che Denisenko smette di apparire come uomo di governo e si impone come uomo di frattura.
È il primo grande strappo.
Da quel momento la sua figura si identifica sempre più con una dinamica precisa: la costruzione di una struttura ecclesiale alternativa, sostenuta anche da ambienti politici e nazionali, in costante contrapposizione alla Chiesa canonica. Denisenko appare sempre più — forse lo è sempre stato — come un uomo con un piede nell’altare e l’altro sulla tribuna politica. È un’immagine polemica, ma coglie un punto reale: nel suo caso, la questione ecclesiale si è progressivamente saldata a quella statale, ideologica e geopolitica.
Colpisce anche la sua straordinaria adattabilità politica. Da uomo pienamente inserito nel sistema sovietico, egli divenne poi uno dei principali interpreti di una Chiesa nazionale contrapposta a Mosca. Non si trattò soltanto di un’evoluzione storica. I suoi critici vi hanno visto una capacità costante di collocarsi laddove il potere poteva rafforzarne il progetto. Anche per questo la sua figura non fu mai soltanto ecclesiastica: fu ecclesiastico-politica.
E tuttavia il punto più rivelatore della sua biografia emerge molto più tardi.
Nel 2018, con l’intervento del Patriarcato di Costantinopoli, nasce la nuova “Chiesa ortodossa dell’Ucraina”. Per Filarete sembrava arrivato il compimento di ciò che aveva perseguito per tutta la vita: una Chiesa ucraina indipendente da Mosca.
Ma proprio lì si manifesta, ancora una volta, il tratto più profondo della sua parabola. Quando diventa chiaro che non sarà lui a guidarla, Filarete rompe ancora. Rilancia il “patriarcato di Kiev”, ormai marginale e non riconosciuto da alcuna Chiesa ortodossa locale.
È il secondo strappo.
Qui si coglie il nocciolo della sua eredità: Filarete non fu soltanto protagonista dello scisma; ne fu il principio generatore. Non una divisione subita, ma una divisione reiterata.
Per questo ridurlo a simbolo patriottico è troppo poco. Il criterio ecclesiale resta essenziale: ha unito o ha diviso?
Le conseguenze sono state profonde. Per oltre trent’anni, l’Ortodossia in Ucraina è stata segnata da giurisdizioni concorrenti, contese su chiese e monasteri, interferenze politiche e una crescente sovrapposizione tra appartenenza ecclesiale e identità nazionale. Lo scisma promette unità, ma produce frammentazione.
Perfino il modo in cui è stato salutato dopo la morte suggerisce qualcosa di essenziale. In Georgia, Ilia II è stato pianto come un padre, con una partecipazione popolare immensa e la presenza di quasi tutte le Chiese ortodosse. Nel caso di Filarete, invece, al funerale a Kiev non era presente alcun vescovo di alcuna Chiesa ortodossa locale. A Tbilisi c’erano quasi tutti; a Kiev, nessuno.
Non un popolo raccolto attorno a un padre comune, ma una leadership politico-ecclesiastica indubbiamente debitrice di Denisenko radunata attorno ad una bara. E colpisce come, proprio all’interno della struttura nata dal suo stesso percorso, la sua figura sia stata progressivamente marginalizzata: chi ha beneficiato delle sue battaglie — come Epifanij Dumenko — ha finito per relegarlo ai margini, consegnando alla storia uno dei paradossi più evidenti della sua parabola.
E c’è un ultimo dettaglio che pesa quasi più di ogni analisi.
La sua morte non ha chiuso lo scisma: lo ha consegnato a un successore. Il 21 marzo 2026, il giorno dopo la sua morte, nel cosiddetto “patriarcato di Kiev” è stato annunciato come nuovo capo Nikodim Kobzar. L’elezione si è svolta online, mentre la cattedrale di San Vladimiro era bloccata dalla polizia.
È un’immagine potente:
la frattura che non muore con il suo autore, ma si organizza per continuare.
Di fronte a un defunto, il rispetto è doveroso. Ma la verità lo è altrettanto. Filarete è stato un uomo di grande intelligenza e forza. Ma quella forza, non trasfigurata dalla comunione ecclesiale, è diventata fattore di divisione.
Se Ilia II ha raccolto un popolo attorno alla Chiesa,
Filarete ha lasciato dietro di sé la tragedia della divisione.
Se uno è ricordato come padre, l’altro resta legato a una frattura.
Se uno ha lasciato comunione, l’altro ha lasciato una contesa che continua.
Non il padre dell’unità.
Ma, nella memoria ecclesiale del nostro tempo, una figura che resta nel segno della divisione.