
Alla vigilia della festa patronale della cattedrale di San Nicola a Nizza, il capo dell’Eparchia di Korsun, il metropolita Mark, ha rilasciato la sua prima ampia intervista dopo la nomina al portale Pravoslavie.ru. Nell’intervista che riportiamo in traduzione italiana, il metropolita Mark parla di vocazione, dell’Ortodossia all’estero, dei giovani, della libertà interiore, della cultura russa e del motivo per cui, in un mondo orientato al successo esteriore, l’uomo cerca sempre più spesso il silenzio e il senso della vita.
– Eminenza, quando ha sentito per la prima volta la chiamata al ministero ecclesiale?
– Credo di aver iniziato a riflettere seriamente sul servizio alla Chiesa proprio negli ultimi anni della scuola, tra il nono e il decimo anno. È un’età in cui una persona comincia a interrogarsi davvero sul significato della vita e sulla propria strada.
Sono cresciuto in una famiglia credente. I miei genitori erano persone profondamente religiose. Mio padre studiò in seminario, anche se non divenne sacerdote. Tuttavia, per tutta la vita servì la Chiesa: cantava nel coro, aiutava in parrocchia e svolgeva diversi incarichi ecclesiali.
Nella nostra casa c’era una grande biblioteca di letteratura spirituale. In epoca sovietica i libri religiosi erano quasi introvabili, perciò si trattava soprattutto di opere teologiche prerivoluzionarie e di riviste delle accademie ecclesiastiche. Fu allora che iniziai a leggere in modo consapevole, a riflettere sulla fede e a cercare risposte alle domande più importanti.
Poco a poco maturò in me la convinzione di voler legare la mia vita al servizio della Chiesa. Dopo la scuola decisi di non iscrivermi a un’università civile. A quel tempo, per entrare in seminario era generalmente richiesto aver svolto il servizio militare; così trascorsi due anni nell’esercito e successivamente entrai nel Seminario Teologico di Mosca, a Sergiev Posad.
– Il suo esempio è particolarmente significativo per le giovani generazioni. Oggi molti faticano a comprendere quale sia la propria vocazione. Mi sembra che sia diventato particolarmente importante ascoltare la propria voce interiore e capire verso dove il cuore ci conduce realmente.
– Sì, certamente. Moltissimo dipende dalla famiglia e da quel fondamento spirituale che una persona riceve durante l’infanzia.
– Ha ricordato che nella sua famiglia c’erano molti libri. Ce n’è uno che l’ha influenzata in modo particolare?
– È difficile indicarne uno solo. Ho letto testi molto diversi: articoli, saggi teologici, opere spirituali. Ogni libro, in un determinato momento della vita, offriva risposte a domande differenti.
– Recentemente è stato chiamato a guidare l’Eparchia di Korsun. Come vive personalmente questa missione?
– I compiti di un vescovo sono ovunque gli stessi, indipendentemente dal Paese o dal luogo in cui si serve. Si tratta di un ministero rivolto a Dio e agli uomini.
Il vescovo deve prendersi cura dei sacerdoti, sostenerli, guidarli e vigilare affinché la vita ecclesiale porti autentico beneficio spirituale ai fedeli.
Se vogliamo esprimerlo in modo più profondo, il compito del vescovo è essere uno strumento della Provvidenza divina.
Da una parte egli è un semplice lavoratore nella vigna di Cristo; dall’altra, attraverso il proprio ministero, aiuta le persone a trovare la via della salvezza.
– La tradizione ortodossa russa all’estero vive in un contesto culturale particolare. Molti giovani ortodossi sono nati e cresciuti in Europa, ma continuano a mantenere un legame con la Chiesa. Quale ruolo vede per la Chiesa presso questa generazione?
– L’Ortodossia è sempre qualcosa di più profondo dell’appartenenza nazionale. La fede vive tra popoli e culture differenti.
Se parliamo della Chiesa ortodossa russa, essa è stata storicamente caratterizzata da una grande apertura. Nella tradizione ecclesiale russa non c’è nazionalismo. Al contrario, vi è una particolare attenzione verso chi proviene da una cultura diversa o da un’altra origine, quando si avvicina alla fede.
Il russo sa vedere nell’altro, anzitutto, una persona.
Per questo motivo, in molte parrocchie all’estero persone di nazionalità differenti si sentono a casa. Nelle nostre chiese pregano insieme russi, francesi, moldavi, ucraini e rappresentanti di molti altri popoli. La Chiesa diventa così uno spazio che unisce e non divide.
Mi viene in mente una storia della Grande Guerra Patriottica.
Nel nord della Russia fu fatto prigioniero un soldato tedesco che sapeva guidare. Fu incaricato di lavorare insieme a un soldato russo: trasportavano merci e, lungo il percorso, davano passaggi alle persone. Talvolta i passeggeri lasciavano loro del denaro.
Alla fine della giornata il soldato russo divise il ricavato in due parti uguali e ne consegnò metà al prigioniero tedesco.
Per quell’uomo fu uno shock. Era arrivato come nemico, educato secondo l’ideologia nazista, e si trovò invece davanti a un atteggiamento profondamente umano. Tornato in Germania, divenne sostenitore dell’amicizia tra russi e tedeschi e convinse persino la propria famiglia a imparare la lingua russa.
Probabilmente è proprio in gesti come questo che si manifesta la vera forza dell’animo umano.
– La Chiesa può essere oggi uno spazio di dialogo?
– Non soltanto può esserlo: la Chiesa è, per sua natura, uno spazio di dialogo, di amore e di vita.
La cosa più importante è che il dialogo avvenga nell’amore e non nell’aggressività o nel conflitto.
Oggi, specialmente in questo tempo difficile, nelle nostre chiese pregano insieme persone di nazionalità diverse: russi, ucraini, moldavi e molti altri. La Chiesa aiuta gli uomini a ritrovare la comprensione reciproca anche quando il mondo esterno cerca di dividerli.
– La sua visita a Nizza coincide con la festa patronale della cattedrale di San Nicola. Che significato ha questo luogo per lei?
– Amo molto questa cattedrale. Per me rappresenta l’immagine di quella vecchia Russia che non potremo più vedere.
Ricordo le parole di Ivan Bunin, che diceva: «I nostri figli non sapranno mai quale meraviglioso Paese fosse la Russia».
E in effetti la Russia di allora era un Paese molto unitario, molto organico. Certamente non mancavano difficoltà e problemi, ma esistevano anche una cultura particolare, una nobiltà d’animo e una grande profondità spirituale.
La cattedrale di Nizza non è soltanto una chiesa di straordinaria bellezza. È una parte della storia dell’emigrazione russa, una parte della memoria russa all’estero.
La prima volta che vi giunsi fu nel 2012, in occasione del centenario della sua consacrazione. E ogni volta che vi ritorno provo un sentimento speciale.
È un luogo colmo della memoria, della preghiera e dell’amore di coloro che lo hanno costruito e custodito.
– La Costa Azzurra e Monaco sono spesso associate al successo, al benessere e a una vita brillante. Eppure mi sembra che proprio in luoghi come questi l’uomo inizi a cercare con maggiore intensità un significato interiore.
– Senza dubbio. Le persone che raggiungono il successo esteriore spesso dedicano la loro esistenza proprio a tali traguardi. Ma l’uomo ha sempre bisogno di un significato più profondo.
Anche l’attività imprenditoriale, per esempio, può diventare una forma di servizio: un servizio agli altri e alla società. Tutto dipende da come una persona vive il proprio lavoro.
Ricordo la storia di un banchiere russo che, in tempi difficili, ritirò i propri fondi personali dall’Europa per restituire il denaro a tutti coloro che gli avevano affidato i loro risparmi. Salvò molte persone, ma finì egli stesso per morire in povertà.
Questo sì che è autentico spirito di servizio. Questa è vera responsabilità.
– Recentemente parlavamo con alcuni colleghi della storia delle trasmissioni radiofoniche ortodosse da Monte Carlo verso l’Unione Sovietica. Mi sembra che oggi sia particolarmente importante tornare a parlare di cultura, religione e arte, di tutto ciò che può unire le persone.
– Mi vengono in mente le parole del teologo francese Olivier Clément: «La storia è fatta da uomini inebriati di Dio».
E in questa affermazione vi è una grande verità.
– Come immagina che evolverà il ruolo della Chiesa nel mondo futuro?
– Il mondo diventa sempre più tecnologico, veloce e digitale. Ma la natura umana non cambia. L’uomo non può vivere soltanto di benessere materiale e di successi esteriori. Ha sempre bisogno di amore, di senso e di un sostegno interiore.
Per questo il ruolo della Chiesa resterà sempre essenziale: come luogo in cui l’uomo può ritrovare se stesso, incontrare Dio e riscoprire gli altri.
– Un’ultima domanda. Quale consiglio darebbe oggi ai giovani ortodossi?
– Non abbiate paura di custodire la fede, di conservare la purezza interiore e un cuore vivo. Ricordate che la forza dell’uomo non risiede soltanto nella conoscenza o nel successo, ma soprattutto nell’amore, nella fedeltà e nella capacità di rimanere veramente umani.