
Il 5 settembre 1978, in Vaticano, moriva improvvisamente il metropolita di Leningrado e Novgorod Nikodim (Rotov). Aveva appena quarantotto anni. Il suo cuore, già colpito ripetutamente dalla malattia, cedette durante l’udienza concessa alle delegazioni cristiane dal neoeletto papa Giovanni Paolo I. Era arrivato a Roma poche settimane prima per i funerali di Paolo VI ed era rimasto per l’elezione e l’insediamento del nuovo pontefice. Il 10 settembre il patriarca Pimen ne celebrò le esequie nella Lavra di Sant’Alexander Nevskij, dove il metropolita fu sepolto.
Poche figure della storia recente della Chiesa ortodossa russa hanno suscitato giudizi tanto contrastanti. Per alcuni Nikodim rimane il grande artefice della politica ecclesiastica internazionale del Patriarcato di Mosca negli anni Sessanta e Settanta; per altri il suo nome è diventato quasi sinonimo di «ecumenismo» e di compromesso con il potere sovietico. Sono categorie che contengono elementi reali, ma che, usate da sole, finiscono per nascondere più di quanto spieghino. Per comprendere Nikodim bisogna anzitutto tornare al tempo nel quale gli fu affidata una responsabilità ecclesiale.
Una Chiesa che si cercava di portare all’estinzione
Nel 1958 Nikita Chruščëv aveva aperto una nuova, violentissima offensiva antireligiosa. Non si trattava di semplice propaganda ateistica: la strategia mirava a ridurre progressivamente le strutture attraverso cui la Chiesa poteva continuare a vivere e, soprattutto, a riprodurre il proprio clero.
Tra il 1958 e il 1964 furono chiusi 5.540 dei 13.414 luoghi di culto ortodossi allora esistenti; cinque seminari su otto furono soppressi e i monasteri passarono da 56 a 16. Lo storico Michail Škarovskij ha documentato anche le pressioni esercitate sui giovani che tentavano di entrare nei seminari: convocazioni da parte delle autorità, interventi del Komsomol, degli uffici militari e persino del KGB, fino al ritiro dei documenti personali.
L’obiettivo era evidente: una Chiesa senza seminari, senza nuovi sacerdoti e con un episcopato sempre più anziano avrebbe potuto spegnersi progressivamente, senza bisogno di una nuova persecuzione sanguinosa.
È dentro questa realtà che va letta l’ascesa del giovane Nikodim. Quando nel 1960, a trent’anni, fu posto alla guida del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne, la sua nomina avvenne certamente all’interno di un sistema rigidamente controllato dallo Stato: il suo predecessore, il metropolita Nikolaj (Jaruševič), era stato allontanato anche per volontà delle autorità, e questo contribuì subito a creare attorno a Nikodim il sospetto di un uomo gradito al regime — sospetto che la stessa Enciclopedia Ortodossa non nasconde. Ciò che accadde dopo, però, rende insufficiente fermarsi a questa constatazione.
Usare ciò che il regime concedeva per ottenere ciò che il regime non voleva concedere
Lo Stato sovietico aveva un interesse evidente nel mostrare all’estero una Chiesa ortodossa attiva, impegnata nel movimento per la pace e presente nelle organizzazioni cristiane internazionali. Nikodim comprese che quella necessità dello Stato poteva trasformarsi, paradossalmente, in una leva a favore della Chiesa.
È qui, forse, che si coglie meglio la sua intelligenza ecclesiale: la stessa storia ufficiale dell’odierno Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne afferma che, negli anni delle persecuzioni, l’attività internazionale della Chiesa contribuì a rendere più difficile alle autorità la chiusura e la distruzione di chiese e monasteri. Le delegazioni straniere, i contatti internazionali, il prestigio acquisito dal Patriarcato creavano infatti un costo politico a decisioni che, nell’isolamento, sarebbero state molto più semplici.
Un episodio racconta questa strategia meglio di molte teorie. Quando le autorità di Jaroslavl’ volevano sottrarre alla Chiesa l’antica icona del Salvatore «Non dipinto da mano d’uomo», Nikodim rinviò la consegna con diversi espedienti, poi organizzò sul posto la visita di una delegazione internazionale del Consiglio Ecumenico delle Chiese e fece conoscere agli ospiti la storia e il valore dell’icona. Le autorità locali rinunciarono al progetto.
Era «ecumenismo», questo? Formalmente, relazioni con organismi cristiani internazionali. Nella sostanza pastorale, la sottrazione di un’icona alla confisca. È precisamente questa duplicità del contesto sovietico a scomparire troppo spesso nei giudizi retrospettivi.
Leningrado: la prova dei fatti
Nel 1963 Nikodim divenne metropolita di Leningrado. La situazione delle scuole teologiche della città era disperata: già nel 1961 si era posto concretamente il problema della loro chiusura, il numero degli studenti era stato drasticamente ridotto e lo Stato cercava di interrompere il ricambio del clero.
Nikodim fece una cosa apparentemente singolare: internazionalizzò l’Accademia. Cominciò a portarvi delegazioni straniere, favorì la partecipazione dei professori a congressi teologici internazionali e invitò studenti ortodossi africani provenienti dall’Uganda e dal Kenya. Nel 1965 nacque una facoltà per la gioventù cristiana africana, poi divenuta facoltà per gli studenti stranieri. Il calcolo era semplice e pastorale insieme: diventava molto più difficile chiudere, davanti agli occhi del mondo, un’Accademia che il regime stesso poteva presentare come centro internazionale di formazione. Lo storico Škarovskij arriva a una conclusione netta: le scuole teologiche di Leningrado furono salvate da Nikodim.
Non fu l’unico risultato. Appena arrivato sulla cattedra leningradese, abolì l’obbligo imposto ai sacerdoti di consegnare preventivamente per l’approvazione il testo delle omelie — una vera e propria forma di censura civile della predicazione. Le stesse relazioni del funzionario sovietico incaricato di controllare la diocesi riconoscono che, quando giudicava inaccettabili determinate richieste, Nikodim lo dichiarava apertamente alle autorità, motivando la propria opposizione.
Cominciò inoltre a coprire sistematicamente le parrocchie rimaste senza sacerdote. Non era una semplice questione amministrativa: una chiesa priva di clero offriva alle autorità il pretesto per cancellare la comunità e chiudere l’edificio. Sotto Nikodim il processo di riduzione delle parrocchie a Leningrado fu sostanzialmente arrestato: ne rimasero 44 nella diocesi, 15 delle quali in città. Quando nel 1966 la chiesa della Trinità nel quartiere di Lesnoj fu chiusa e demolita, riuscì a ottenere in compensazione la riapertura della chiesa di Sant’Alexander Nevskij nel cimitero Šuvalovskoe.
Sono dati difficilmente conciliabili con l’immagine caricaturale di un gerarca semplicemente funzionale alla politica antireligiosa dello Stato.
Preparare uomini per una Chiesa che ancora non esisteva
Forse l’intuizione più lungimirante di Nikodim riguardò però le persone. All’inizio degli anni Sessanta l’età media dei vescovi della Chiesa russa si avvicinava ai settanta anni: ostacolando nuove consacrazioni episcopali, il potere poteva sperare che le diocesi rimaste senza vescovo venissero progressivamente soppresse.
Nikodim lavorò sistematicamente in direzione opposta: individuò giovani sacerdoti e monaci preparati, li mandò a svolgere servizi ecclesiastici all’estero — dove le autorità erano più disposte ad accettarne la promozione — e ne favorì poi il ritorno nelle diocesi dell’Unione Sovietica. Alla sua morte l’età media dell’episcopato del Patriarcato di Mosca era scesa a circa cinquant’anni.
I nomi dicono molto: tra gli uomini sui quali puntò vi furono i futuri metropoliti Juvenalij (Pojarkov), Filaret (Vachromeev), Vladimir (Sabodan), Michail (Mud’jugin). La prima consacrazione episcopale presieduta da Nikodim, nel 1961, fu quella dell’archimandrita Aleksij (Ridiger), futuro patriarca Alessio II. Uno dei suoi più stretti discepoli — da lui tonsurato monaco, ordinato diacono e sacerdote, e in seguito consacrato vescovo — fu l’attuale patriarca Kirill.
C’è, in questo, qualcosa che va oltre l’abilità diplomatica: Nikodim sembra aver compreso che forse non avrebbe visto personalmente la libertà della Chiesa, ma che la Chiesa doveva arrivare viva a quel giorno, e con uomini capaci di guidarla. Quando alla fine degli anni Ottanta mutarono improvvisamente le condizioni politiche, quella generazione era lì.
Il diplomatico era prima di tutto un liturgo
La seconda grande semplificazione nasce dall’immagine di Nikodim come uomo continuamente impegnato nei viaggi internazionali, nelle conferenze ecumeniche e nei rapporti con Roma. Un’immagine vera, ma parziale.
Chi gli fu vicino ne ricorda anzitutto l’intensissima vita liturgica. Celebrava quotidianamente la Divina Liturgia, dovunque si trovasse. Visitò ripetutamente le parrocchie della propria diocesi, conosceva personalmente il suo clero, riceveva fino a tarda notte sacerdoti e fedeli e, secondo le relazioni diocesane ricordate dal futuro patriarca Kirill, arrivava a esaminare ogni anno più di mille questioni che richiedevano personalmente una decisione dell’arcipastore.
Le sue celebrazioni erano lunghissime. Al giovane Kirill e agli altri che gli domandavano perché non abbreviasse gli uffici, rispondeva con un ragionamento che illumina tutta la sua concezione pastorale: in una società nella quale alla Chiesa era praticamente vietato evangelizzare attraverso la stampa, la scuola o i mezzi pubblici, che cosa rimaneva se non il culto? La Liturgia diventava così non soltanto il centro sacramentale della vita della Chiesa, ma anche uno degli ultimi spazi di libertà e di evangelizzazione che lo Stato non era riuscito a sopprimere.
Nikodim diceva di sé: «Nell’anima sono un liturgista». Conosceva a memoria una quantità straordinaria di testi liturgici, componeva uffici, tropari e kondakia, coltivava il canto ecclesiastico e cercava al tempo stesso di rendere il culto comprensibile ai fedeli. Il particolare è decisivo: l’uomo che la vulgata descrive principalmente come «ecumenista» sembra avere concepito la resistenza della Chiesa sovietica anzitutto in termini profondamente eucaristici e liturgici.
Il nodo del «collaborazionismo»
Qui bisogna evitare l’agiografia. Nikodim operò dentro il sistema sovietico. Trattò continuamente con le autorità. Il Patriarcato partecipò, sotto la sua guida, a organismi e iniziative internazionali che coincidevano anche con interessi della politica estera dell’URSS. Nelle dichiarazioni pubbliche all’estero non denunciò apertamente la persecuzione antireligiosa, attenendosi alla posizione ufficiale secondo cui nell’Unione Sovietica non esisteva una persecuzione della Chiesa.
Sono fatti, e non c’è motivo di nasconderli. Ma è proprio la documentazione oggi disponibile a rendere insufficiente la conclusione «dunque collaboratore». La Enciclopedia Ortodossa riferisce che, in conversazioni riservate, Nikodim riconosceva le vessazioni subite dalla Chiesa, pur ritenendo che una denuncia pubblica frontale avrebbe provocato una recrudescenza delle misure antireligiose. Era una scelta discutibile, che gli storici possono legittimamente discutere; ma era una strategia ecclesiastica, non necessariamente un’adesione ideologica al sistema che perseguitava la Chiesa.
Ancora più significativo è il giudizio riportato dalla stessa Enciclopedia: la politica estera che lo Stato intendeva utilizzare a proprio vantaggio fu trasformata da Nikodim in uno strumento attraverso cui la Chiesa poté uscire dall’isolamento, accrescere il proprio prestigio e ottenere margini di autonomia.
La differenza è sostanziale. Il compromesso può essere servilismo. Ma può essere anche, in determinate condizioni, l’arte di strappare al persecutore lo spazio necessario perché la Chiesa continui a respirare.
Un ecumenismo che non fu dissoluzione
Nikodim credette nel dialogo con gli altri cristiani e sviluppò con convinzione i rapporti con cattolici, anglicani e protestanti. Ebbe un interesse particolare per Giovanni XXIII, al quale dedicò una vasta tesi teologica, e fu uno dei principali protagonisti dell’apertura dei rapporti tra Mosca e Roma negli anni del Concilio Vaticano II.
Ma il suo ecumenismo non significò dissoluzione dell’identità ortodossa. Nelle trattative per l’ingresso del Patriarcato di Mosca nel Consiglio Ecumenico delle Chiese, la Chiesa russa contribuì a modificare la base dottrinale dell’organizzazione, ottenendo una formulazione esplicitamente cristologica, scritturistica e trinitaria.
Anche la partecipazione degli osservatori russi al Vaticano II fu pensata da Nikodim insieme all’interno dei rapporti con Roma e degli equilibri interortodossi: nei documenti conservati negli archivi sovietici motivava la presenza russa anche con la necessità di impedire che Costantinopoli potesse parlare a nome dell’intera Ortodossia nei rapporti con Roma. L’arcivescovo Vasilij (Krivošein) — certamente non un suo apologeta — riconobbe che Nikodim seppe opporsi con fermezza alle pretese di un primato quasi «papale» di Costantinopoli, facendolo però con una prudenza sufficiente a non compromettere l’unità ortodossa.
Fu ancora Nikodim uno dei principali artefici della soluzione della lunga crisi ecclesiastica nordamericana, culminata nel Tomos di autocefalia della Chiesa Ortodossa in America del 1970 e, contemporaneamente, nell’autonomia della Chiesa ortodossa giapponese. Ridurre tutto questo all’etichetta di «ecumenista» significa non cogliere che, per lui, la politica estera ecclesiastica era anche politica ortodossa.
Le Liturgie segrete di un «uomo del regime»
Restano da ricordare due episodi. Il futuro patriarca Kirill ha raccontato di avere assistito a due Liturgie che Nikodim celebrò clandestinamente in luoghi devastati dal potere sovietico: una alle Solovki, presso i luoghi segnati dalle fucilazioni del campo di concentramento, e un’altra a Valaam, in una chiesa cimiteriale profanata.
La Enciclopedia Ortodossa ricorda inoltre che Nikodim custodiva la memoria dei nuovi martiri e che, molto prima della canonizzazione della famiglia imperiale, il 19 maggio si recava a celebrare e pregava per il riposo di Nikolaj, Aleksandra, Marija, Ol’ga, Tat’jana, Anastasija e Aleksej, gli ultimi Romanov uccisi dai bolscevichi.
Sono particolari che non trasformano Nikodim in ciò che non fu. Ma obbligano almeno a chiedersi quanto sia plausibile spiegare un uomo simile soltanto come un funzionario ecclesiastico del sistema sovietico.

«Il tempo è breve»
Forse la chiave più profonda per comprenderlo non è politica ma spirituale. Coloro che gli furono vicini ricordano un uomo che lavorava incessantemente, dormiva pochissimo e continuò a viaggiare e a servire nonostante una serie impressionante di infarti. Il primo grave attacco cardiaco arrivò nel 1972; dopo il quinto, nel 1975, i medici gli imposero di ridurre drasticamente l’attività. Non lo fece abbastanza. Il settimo infarto lo uccise a Roma nel 1978.
Padre Iannuarij Ivliev ha descritto questa tensione con le parole dell’Apostolo: «il tempo è breve». Forse Nikodim sentiva realmente di non averne molto. E allora diventano più comprensibili la fretta nel formare nuovi vescovi, la difesa ostinata dei seminari, la cura delle parrocchie, le interminabili celebrazioni, la costruzione di relazioni internazionali, il tentativo di conquistare ogni centimetro possibile di libertà ecclesiale.
Non tutto ciò che fece deve essere assunto come modello. Non tutte le sue scelte sono sottratte al giudizio storico. E sarebbe sbagliato trasformare una figura tanto complessa in un’icona ideologica contrapposta a quelle dei suoi detrattori. Ma sarebbe ancora più ingiusto dimenticare il criterio fondamentale con il quale egli sembra avere misurato molte delle proprie decisioni: che cosa può essere fatto, qui e ora, perché la Chiesa continui a vivere?
In un’epoca nella quale altri avevano deciso che il cristianesimo in Russia dovesse lentamente estinguersi, Nikodim lavorò perché sopravvivessero i templi, le scuole teologiche, il clero, l’episcopato, la Liturgia e la possibilità stessa di un futuro. Morì senza vedere quel futuro.
Dieci anni dopo, nel 1988, la celebrazione del millennio del Battesimo della Rus’ avrebbe segnato l’inizio di una stagione che egli non avrebbe probabilmente potuto immaginare nelle sue dimensioni. Ma ad affrontarla vi era anche quella generazione di uomini della Chiesa che aveva cercato, formato e responsabilizzato quando quasi nessuno poteva prevedere che sarebbe mai giunto il momento di ricostruire.
È forse questo il modo più giusto di ricordare oggi il metropolita Nikodim: non come il simbolo di un’epoca di compromessi, né come il campione di un ecumenismo astratto, ma come un vescovo che imparò a utilizzare perfino le contraddizioni del sistema sovietico per difendere la vita della Chiesa. Una forma di prudenza che può essere discussa sul piano storico. Ma nella quale è difficile non riconoscere anche una singolare sapienza pastorale.
Eterna memoria al sempre ricordato metropolita Nikodim.




