
Vorrei richiamare la vostra attenzione su due o tre aspetti del Vangelo di oggi. Ci viene detto che un uomo camminava da Gerusalemme a Gerico. Nell’Antico Testamento, Gerusalemme era il luogo in cui Dio viveva; era il luogo in cui Dio veniva adorato, il luogo della preghiera. E ora l’uomo camminava di nuovo verso la valle: dalla montagna della contemplazione a dove scorre la vita umana.
Durante il cammino fu assalito dai briganti, che gli strapparono le vesti, lo picchiarono e lo gettarono sul ciglio della strada. E i tre uomini continuarono il loro cammino, uno dopo l’altro, seguendo la stessa strada. Tutti e tre stavano tornando dal luogo in cui Dio abita, dove lo avevano pregato, adorato, si erano fermati alla sua presenza. E due di loro erano passati oltre. Il testo evangelico dice in modo così vivido che il sacerdote passò semplicemente accanto a lui; non dice nemmeno che lo guardò. Era un “appartenente al clero”, i bisogni umani non lo riguardavano – almeno così pensava; non aveva imparato nulla dalla preghiera a Dio, che è l’Amore stesso. Arrivò un altro uomo, un levita, un uomo colto, saggio nella conoscenza delle Scritture, ma non nella conoscenza di Dio. Il levita arrivò, si fermò sull’uomo ferito e morente e se ne andò per la sua strada. La sua mente si è spinta in questioni più supreme della vita umana, della sofferenza umana – almeno così pensava.
E poi arrivò un uomo che agli occhi degli ebrei era disprezzato semplicemente per quello che era; non per le sue mancanze personali o morali, ma perché era un samaritano: un rifiuto, quello che gli indù chiamano un paria. Si chinò sull’uomo ferito, perché sapeva cosa significava essere abbandonati, sapeva cosa significava essere indesiderati quando gli altri ti trattavano con disprezzo, se non con odio. E si chinò sull’uomo ferito, fece ciò che poteva per alleviare e curare le sue ferite, lo portò in un luogo di riposo. E tutto questo lo fece a costo di se stesso: non solo pagò l’oste per la cura del ferito, ma diede il suo tempo, diede tutta la sua attenzione, diede il suo cuore. Ha pagato tutto il prezzo che possiamo dare per l’attenzione a chi ci circonda.
Ora abbiamo trascorso l’intera mattinata alla presenza di Dio, nel luogo in cui Egli abita; abbiamo ascoltato la sua voce che ci parla di amore; abbiamo proclamato la nostra fede in questo Dio che è l’Amore stesso, il Dio che ha dato il suo Figlio unigenito affinché ognuno di noi – non solo tutti noi collettivamente, ma ognuno di noi personalmente – possa essere salvato. E ora usciamo dalla chiesa; durante la settimana, o fino a quando non torneremo in chiesa, incontreremo non solo una, ma molte persone. Come il sacerdote o come il levita, rifletteremo su ciò che abbiamo imparato qui, serberemo nel cuore lo stupore e la gioia – e passeremo accanto agli altri, perché la preoccupazione per le piccole cose può disturbare la nostra pace mentale, distrarre la mente e il cuore da quel senso di meraviglia dell’incontro con Dio, dello stare alla sua presenza? Se è così, abbiamo capito poco – se non nulla – del Vangelo, di Cristo, di Dio. E se ci chiediamo, da giovani o da legalisti: ma chi è il nostro prossimo? Chi è colui per il quale devo allontanarmi dalle preoccupazioni più profonde del mio cuore, dagli interessi più alti della mia mente, dal meglio della mia esperienza? – La risposta di Cristo è diretta e semplice: chiunque! Chiunque sia nel bisogno, a qualsiasi livello; al livello più semplice di cibo e riparo, di tenerezza e cordialità, di attenzione e amicizia.
E se un giorno – forse non accadrà mai, ma potrebbe accadere da un momento all’altro – ci verrà richiesto qualcosa di più, allora dovremo essere pronti ad amare il nostro prossimo come Cristo ci ha insegnato: dando volentieri la vita per lui. Non si tratta di dare la vita in modo tale da essere uccisi; si tratta di dare tutta la nostra attenzione giorno per giorno a tutti coloro che ne hanno bisogno: chi è nel dolore ha bisogno di conforto; chi ha perso terreno sotto i piedi ha bisogno di essere rafforzato e sostenuto; chi ha fame ha bisogno di cibo; chi è nel bisogno materiale può avere bisogno di vestiti; e chi è nella confusione spirituale può avere bisogno di una parola che scaturisce dalla fede stessa che riceviamo qui e che è la nostra vita.
Usciamo dunque ora dal tempio, ricordando questa parabola non come una delle più belle parole pronunciate da Cristo, ma come un modo concreto, un esempio concreto di come Egli ci chiama a vivere, ad agire e a trattarci l’un l’altro; e guardiamoci intorno con occhio attento e vigile, ricordando che a volte una piccola goccia di cuore, una parola calorosa, un gesto attento possono trasformare la vita di una persona che altrimenti doveva – o avrebbe dovuto – affrontare la vita da sola. Che Dio ci aiuti ad essere come il Samaritano misericordioso ad ogni livello della vita e con ogni persona. Amen!
Fonte (RU): https://проповеди.рф/propovedi/propoved/pritcha-o-miloserdnom-samaryanine-lk-10-2537-29111987-g/